ANORESSIA E BULIMIA: IERI E OGGI

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ALLE ORIGINI DEI DISTURBI ALIMENTARI

Dott.ssa Alice Fioretti – Socia AIDA

Il digiuno e l’orgia alimentare hanno accompagnato l’uomo fin dalle origini della sua storia, assumendo, di volta in volta, significati differenti. Nel mondo del sacro il digiuno era sintomo di purificazione personale, serviva ad elevare lo spirito ed infondere forza al corpo, veniva perseguito nell’ascesi anche fino alla morte. Il Cristianesimo ricorda alcune sante, come Santa Caterina da Siena, che praticavano digiuno ascetico ininterrotto per molti anni. Lo storico americano Bell ha confrontato le descrizioni autobiografiche e agiografiche di alcune sante con gli aspetti clinici dell’anoressia mentale, riconoscendo le stimmate religiose come segni di anoressia nervosa. La spiritualità femminile fu interpretata dallo storico come una forma di protesta della condizione femminile nel contesto sociale e religioso del Medioevo. Tuttavia, la posizione dello storico è stata per molti aspetti criticata. Alla luce dei criteri diagnostici odierni, nei disturbi del comportamento alimentare è centrale la paura di ingrassare, sintomo però assente nelle sante mistiche medievali. Inoltre, nella “santa anoressia” era mantenuta una dialettica con l’altro e non un muro, eretto invece dalle moderne adolescenti anoressiche. Un altro elemento noto è che nella “sindrome da digiuno” sono presenti modificazioni cognitive, apatia e altre conseguenze sul piano neurobiologico non indifferenti, del tutto assenti negli asceti. L’atteggiamento della Chiesa a fronte di questi “miracoli” fu molto critico, si pensava che nei casi di inspiegabile resistenza al digiuno si celasse un qualche aspetto demoniaco. A partire dal diciassettesimo secolo, con l’affermarsi della rivoluzione scientifica, quello che fino ad allora era attribuito a poteri demoniaci veniva ora spiegato con teorie mediche empiriche. È nell’Ottocento che fu comunemente accettata l’origine patologica dell’“inedia autoindotta”. Le cause del disturbo erano ricercate dai medici del tempo esclusivamente a livello organico. La prima ipotesi di una componente psichica in questo disturbo viene fatta risalire nel 1689 ad un medico inglese, Richard Morton, che pubblicò in quegli anni un trattato sulla sindrome “da deperimento, di origine nervosa, caratterizzata dalla perdita di appetito, amenorrea, iperattività e rifiuto alle cure”, definita allora “Atrofia Nervosa”. Sebbene la prima descrizione clinica dell’anoressia mentale venga fatta risalire a Morton, la scoperta di questa patologia nell’accezione diagnostico-clinica come la si intende oggi è dovuta a due medici dell’epoca vittoriana. L’identificazione dell’anoressia nervosa come entità clinica a sé stante risale al 1873. In quell’anno due medici, l’inglese William Gull, che coniò il termine anorexia nervosa (per distinguerla da anoressia dovuta a condizioni mediche specifiche) e il francese Cherles Lasègue, che la denominò anorexie hysterique, partirono da esperienze ed osservazioni differenti e approdarono alla medesima conclusione, studiando un certo numero di giovani donne che, a dispetto di qualsiasi tentativo di cura, cessavano di alimentarsi sopravvenendo per un certo periodo in stato di inedia ed infine morivano. Gull rimase colpito dall’iperattività e dall’eccesso di energia delle sue pazienti, che si contrapponeva alla loro condizione di inedia. Lasègue, invece, si soffermò sulla posizione di rifiuto nei confronti del cibo, ma anche nelle interazioni con i familiari. Nel 1885, le pazienti seguite dal medico Jean-Martin Charcot “non mangiavano, non volevano, non ne erano capaci, […] preghiere, suppliche e perfino violenze non potevano vincere questa resistenza”. Pierre Janet notò nelle sue pazienti un’avversione ossessiva per il proprio corpo e una forte preoccupazione per la magrezza, per questo arrivò a considerare l’anoressia nervosa “un disturbo ossessivo”. Di fatto, questo aspetto è oggi considerato essenziale alla diagnosi stessa della patologia. L’importanza attribuita al corpo era il nucleo delle isteriche di Freud. Il corpo nell’isterica, secondo Freud, costituiva un potente canale di comunicazione del disagio femminile rappresentato dal conflitto tra un desiderio e la sua realizzazione. Egli faceva riferimento all’anoressia e al vomito come ai due sintomi più comuni dell’isteria, ritenendo che potesse trattarsi di una forma di conversione. Come il fenomeno psicosomatico, anche “l’anoressia è una lesione reale del corpo” e in questo senso l’amenorrea sarebbe il sintomo psicosomatico per eccellenza. Secondo Freud alla base del disturbo alimentare risiede una sorta di melanconia dovuta ad un insufficiente sviluppo sessuale.

Come nell’Anoressia, anche la Bulimia ha degli antecedenti storici. All’epoca romana era usanza abituale mangiare in maniera eccessiva e vomitare. Nella cultura egizia, le condotte eliminatorie erano perfino raccomandate come pratiche igieniche dai più noti medici dell’epoca. All’inizio del ventesimo secolo, Ludwig Binswanger racconta il caso famoso di una sua paziente, Ellen West. La donna manifestava un complesso di sintomi psichiatrici, tra cui anoressia nervosa, depressione grave, e un tentato suicidio all’età di 33 anni. Aveva una personalità artistica ed era intellettualmente dotata, erano presenti in lei l’ossessione del peso, le orge alimentari di dolci accompagnate dall’abuso di lassativi e digiuni. Tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo nella letteratura medica vi sono molti riferimenti a quello che oggi è definito Disturbo dell’Alimentazione Incontrollata (Binge eating disorder). In Francia e in Inghilterra erano noti casi di sovralimentazione compulsiva e appetito insaziabile. Più tardi, Albert Stunkard ha documentato alcuni casi di disturbi simili alla bulimia ma molto vicini a pazienti obesi, di cui si occupava, notando come questi manifestassero una “dipendenza dal cibo”. Lo psicoanalista Wulff parlò di “un interessante complesso sintomatico orale”, mettendo in evidenza le affinità con la dipendenza tossicomanica. Il disturbo bulimico è comparso in proporzioni epidemiche solo con gli anni Settanta del secolo scorso. La prima descrizione ufficiale di bulimia, divenuta poi quella definitiva, fu data da Russell, il quale ne diede una definizione nell’articolo intitolato Bulimia nervosa: an ominous variant of anorexia nervosa. Lo psichiatra descriveva trenta pazienti di peso normale, ossessionate dalla paura di ingrassare e dall’ossessione per la forma fisica, soggette a crisi di sovralimentazione seguite in genere da vomito autoindotto. Russell giunse alla conclusione che la maggior parte di queste pazienti avessero sofferto di anoressia, per il timore di ingrassare e l’ossessione per il peso. Ciò lo portò a definire la bulimia una variante dell’anoressia. Tuttavia, le pazienti bulimiche sembravano generalmente diverse dalle anoressiche per alcuni aspetti della personalità, le bulimiche mostravano una maggior tendenza all’estroversione e all’impulsività e una maggiore attività sessuale. Appare evidente che le sindromi psichiatriche in generale e i disturbi alimentari nella fattispecie, non sono entità discrete e stabili, ma quadri mutevoli che rispecchiano i cambiamenti del tempo.

 

Bibliografia

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  • Russell, G. (1979), Bulimia nervosa: an ominous variant of anorexia nervosa, Psychological Medicine, 9, 429-448
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  • Vandereycken, W. e Ron Van Deth (1995), Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche, Cortina, Milano.

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